OBIETTIVI

IL QUADRO DI RIFERIMENTO
Il modello novecentesco della forma partito denuncia tutti i suoi limiti, non più in linea con una società frammentata, individualistica, culturalmente evoluta, con accesso a livelli di informazione fino ad ora impensabili, molto più eterogenea e sofisticata che fatica sempre più a riconoscersi nei tradizionali contenitori. L’attuale livello di consenso del PD è un’apertura di credito del Paese a Renzi, ma a tempo determinato, ne è una controprova l’altissimo livello di astensione registrato alle recenti elezioni regionali di Emilia Romagna e Calabria ed è quindi una delega che va conservata attraverso una rinnovata e costante capacità di iniziativa politica sul territorio. Oggi, i partiti non riscuotono più la fiducia dei cittadini e non riescono ad essere corpi intermedi di rappresentanza della società. Non di meno c’è una straordinaria domanda di politica, di buona politica ed una rinnovata voglia di partecipare purché i temi e le iniziative abbiano forti elementi di concretezza. Questo vale anche per il nostro territorio, dove il PD ha abbondantemente superato il 40% alle ultime elezioni europee. Occorre dare risposte a questo elettorato, anche in relazione alla nuova architettura istituzionale che il Governo sta definendo e che ha già cambiato e cambierà ancora di più in futuro l’amministrazione locale e le politiche territoriali.

LA NUOVA ARCHITETTURA ISTITUZIONALE
E’ in atto una riforma epocale dell’architettura istituzionale e della Pubblica Amministrazione. Sono state approvate una prima tranche di misure sulla P.A, la Legge 56 (Disposizioni sulle Città Metropolitane, sulle Province, sulle Unioni e fusioni dei Comuni) ed è in discussione la riforma del Senato e della Legge elettorale. Si dovrà a breve affrontare la riforma del Titolo Quinto della Costituzione, per dipanare i mille equivoci delle materie concorrenti, riportare chiarezza nella ripartizione dei compiti tra Stato e Regioni, ridare alle Regioni meno compiti gestionali e più di programmazione di area vasta. In questo modo si romperà lo schema fisso di elezione diretta dei vari livelli di governo definito dalla Costituzione. Nell’ottica del legislatore si avranno Parlamento, Regioni e Comuni eletti direttamente e Senato, Città Metropolitane e Provincie costituite con elezioni di secondo grado. Inoltre, vi sarà una più netta e marcata differenziazione di compiti e ruoli. Questa visione riporta al centro della vita politico/amministrativa italiana i Comuni, ma nella logica della riduzione del loro numero, oggi sono 8mila e di una maggior efficienza nella gestione dei servizi per aree omogenee e vaste. Infatti, vengono incentivate le fusioni e introdotto l’obbligo della creazione di strutture sovracomunali, le Unioni.

LA CITTA METROPOLITANA
Dal prossimo gennaio 2015 saranno operative le Città Metropolitane ai sensi della Legge n. 56 del 7 aprile 2014. Sul territorio nazionale sono state individuate dieci aree metropolitane: Torino, Milano, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria. Sono evidentemente aree strategiche, dove sono attivi i maggiori centri di ricerca e le principali Università, si concentrano le attività produttive, dei servizi e del terziario avanzato, si crea la quota maggiore del PIL e si conferma, per dirla con una felice definizione di Aldo Bonomi, “il ruolo che i poli metropolitani vanno assumendo in Europa e nel mondo, non solo quali centri direzionali dello sviluppo economico ma anche come laboratori sociali, politici e culturali”.
La stessa prossima programmazione dei Fondi europei guarda a queste aree come ad un interlocutore privilegiato.
Tra le aree metropolitane italiane individuate, quella torinese è la più estesa con i suoi 6.830 Km quadrati e quasi 2.300.000 di abitanti, con il maggior numero di Comuni, ben 315, dei quali 135 con meno di 5.000 abitanti e 119 con meno di 1.000. In questi mesi si sta mettendo a punto lo Statuto della Città Metropolitana che fisserà regole e competenze e definirà sub ambiti omogenei. Una partita delicata e decisiva per il futuro del pinerolese e della nostra Valle. In passato, le Comunità Montane erano in qualche modo il riconoscimento di una diversità e peculiarità territoriale e quindi le risorse, poche o tante che fossero, confluivano in quell’alveo. Era il riconoscimento di una specificità ma anche di una marginalità di fatto. Con la Città Metropolitana cambia completamente l’approccio, viene meno la logica delle aree protette e l’orizzonte si allarga ad una competizione tra ambiti, le undici “aree omogenee” individuate; Avigliana – Susa, Beinasco – Orbassano, Chieri, Chivasso, Cirie – Lanzo, Collegno, Cuorgnè – Rivarolo, Ivrea – Strambino, Pinerolo e Settimo. E’ evidente che il peso di Torino sarà preponderante, ulteriormente potenziato dalla cintura dei grandi comuni che hanno con il capoluogo rapporti storici e strutturati. Sarà quindi fondamentale l’approccio e la capacità di produrre progetti ambiziosi di alto livello e cantierabili in tempi certi. Questo nuovo approccio richiede, rispetto al passato, un alto profilo progettuale e la chiarezza sugli indirizzi di sviluppo che si vogliono dare al territorio. Tutto ciò impone a monte una visione ampia ed ambiziosa una sorta di progetto strategico della Val Pellice.
La Val Pellice negli ultimi anni ha perso attività, risorse e opportunità ed è avviata ad un progressivo declino se non vi saranno idee e politiche per rilanciare vecchie e nuove vocazioni e realizzare opzioni di sviluppo. Ma qualsiasi politica di sviluppo passa attraverso le Amministrazioni comunali e le loro forme associate e la Città Metropolitana. Un rinnovato ruolo di supporto e di attivazione di risorse dovrà in futuro svolgerlo anche il G.A.L.
Una delle ipotesi possibili per contrastare il declino della valle sta nella capacità di costruire una sorta di alleanza tra le eccellenze del territorio capaci di esprimere potenzialità di sviluppo e nuove start up.
Si tratta, in altri termini, di pensare allo sviluppo del territorio nella logica della messa in rete degli operatori economici, trovando elementi comuni. Meglio sarebbe se vi fosse una regia territoriale di un soggetto istituzionale ed a capitale pubblico in grado di svolgere questo ruolo.

L’ASSOCIAZIONE
Da queste riflessioni deriva la necessità di cominciare ad elaborare progetti ed iniziative specifiche che sappiano lanciare idee, raccogliere proposte, avviare una più ampia condivisione sui temi, perché solo attraverso politiche progettuali con orizzonti sovracomunali si potrà tentare di far uscire la Valle dal pericoloso piano inclinato del declino.
Le possibilità di riuscita stanno nella capacità di intercettare tutti i contributi possibili, da qualsiasi parte essi vengano. Quindi, non è il Partito il soggetto organizzatore più funzionale. La formula più idonea è quella di un’associazione che naturalmente si riconosca nell’alveo delle politiche del centro – sinistra, ma con flessibilità ed autonomia dalla tradizionale forma partito.